martedì 5 febbraio 2008

UN'ALTRO ARTICOLO CHE PARLA DI NOI


Massimo Frau ha 33 anni e in vent’anni di lavoro nero o precario a Cagliari ha fatto di tutto: manovale, operaio, aiuto meccanico, aiuto cameriere. Tre anni fa gli è stato affidato un passaggio a livello: cinquecento euro al mese, contratto rinnovabile da casellante, per fermare il traffico delle auto sei giorni su sette e far passare il treno. Poi sei mesi fa la notizia: a Cagliari parte la metropolitana leggera, Massimo e i suoi compagni andranno a casa. Massimo che nel frattempo si è sposato, Massimo che ha una bambina piccola, Massimo che ha respirato per centinaia di ore monossido di carbonio non compreso nel salario. I sindacati, Zona deprecarizzata, la Regione Sardegna, il ministro dei trasporti: tutti si sono mossi per scongiurare quest’ingiustizia sociale. E alla fine la stabilizzazione è arrivata, come abbiamo raccontato ieri sulle colonne di questo giornale. Accompagnata dalle lacrime dei lavoratori, dagli sms delle mogli che scrivono a chi si è impegnato: “grazie per averci restituito la serenità”. Certo, è una storia piccola quella di Massimo e dei suoi compagni. Ma a noi piace partire dalle storie piccole e vere e crude per cogliere il senso generale del tempo e di quello che siamo chiamati a fare. Di quello che la buona politica è chiamata a fare oggi, senza appello, senza più rinvìi. Senza tentennamenti: chi c'è, c'è. Dobbiamo ingaggiare una battaglia totale contro la precarietà del lavoro, di tutto il lavoro, per la dignità delle persone. E la prima condizione di dignità è nel lavoro. Solo in quello stabile: che costa agli imprenditori e pure allo Stato perché costano le retribuzioni, costano i contributi, costa la sicurezza. Pazienza se gli imprenditori dovranno ridurre di un poco gli utili loro e i compensi dei manager, del consulenti, di questa genìa che non è precaria ma flessibile. Molto flessibile. Pazienza, signori: avete già leggi finanziarie fatte a misura del vostro bisogno di sgravio, di contributo. Avete già l’arma sociale della minaccia dei licenziamenti: con quella chiedete alla società di rifinanziare le ristrutturazioni - chiamiamole così per decenza - delle aziende. Avete già leggi di settore che incentivano tutto. E non avete chi vi controlla quando spendete il denaro pubblico, perché questo Stato è generoso nel dare e si dimentica di valutare come e dove e per che cosa sono finiti i soldi della collettività. Una sinistra, la sinistra, non può che partire da questo: dai territori e dai conflitti nei territori. Dal lavoro e dalla condizione esistenziale di chi non ha nulla o ha poco. O comunque non ha abbastanza per soddisfare i suoi bisogni primari mentre pochissimi diventano sempre più ricchi. Così ci diciamo sempre, e non sbagliamo. Il fatto, però, è un altro: bisogna trovare, tutti, la voglia di aprire i conflitti nei territori. Il tempo e il coraggio per parlare e per agire con Massimo e i casellanti, gli insegnanti precari, i ragazzi dei call center outbound, i ricercatori universitari con l’assegnetto, i piccoli commercianti strangolati dalla grande distribuzione, i migranti ultimo anello invisibile della catena dello sfruttamento capitalistico. Bisogna recuperare dovunque, con uno sforzo enorme, la voglia di lottare con chi ha bisogno di aiuto, con chi reclama giustizia sociale e da solo non ce la farà mai. Bisogna lottare, costruendo in forme attuali la partecipazione, senza avere in tasca la certezza della vittoria ma con la consapevolezza che l’unione fa la sinistra e la sinistra unita fa buone cose. Ecco perché non c’è più tempo per unire la sinistra. Ecco perché, a fronte di tante disuguaglianze intorno a noi, è grottesco dividerci ancora. Ed è folle non ascoltare la voce dei Movimenti che dappertutto lancia un grido disperato di politica buona. Folle perché l’ultima speranza per Massimo siamo davvero noi. Parole sante, direbbe Ascanio Celestini. Ma il guaio è che ce lo dicono tutti e questo grido la sinistra non l'ha ancora raccolto sino in fondo. Claudio Cugusi